Sviluppo storico dell'Aikido
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Introduzione: periodi storici del Giappone
Gli studiosi dividono le epoche storiche del Giappone dopo la fondazione della capitale fissa (epoca Nara, 710 - 794) in:
Heian (794 - 1185)
caratterizzata dal predominio della corte imperiale
Kamakura (1185 - 1333)
inizia con lo shogunato militare
Muromachi (1336 - 1573)
Azuchi-Momoyama (1573 - 1603)
l'epoca dei tre unificatori del Regno del Giappone: Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu. In questo periodo con la forza militare trasformarono nuovamente il Giappone degli Stati combattenti (epoca Sengoku - Sengoku jidai) in uno stato unitario. Questo capitolo della storia giapponese prende il nome dalla fortezza di Azuchi di Oda Nobunaga e dal castello di Momoyama di Toyotomi Hideyoshi a Fushimi.
Edo (1603 - 1867)
termina con l'abolizione dello shogunato e la restaurazione del potere imperiale (epoca Meiji) e la trasformazione del Giappone in potenza industriale
Meiji (1868 - 1912)
Taishō (1912 - 1926)
Shōwa (1926 - 1989)
Heisei (1989 - 2019)
Reiwa (dal 2019 - )
L’imperatore Seiwa (850 - 881, regno 858 - 876), cinquantaseiesimo sovrano del Giappone, è ricordato non tanto per l’esercizio diretto del potere - fortemente condizionato dalla reggenza del clan Fujiwara - quanto per la sua rilevanza dinastica. Dalla sua discendenza ebbe infatti origine il potente ramo dei Seiwa Genji, che avrebbe dato vita ad alcune delle figure più influenti della storia militare giapponese.
Il sesto figlio dell’imperatore, il principe Sadazumi Shinnō (873 - 916), pur non avendo ricoperto ruoli di rilievo politico o militare, riveste un’importanza storica cruciale in quanto anello genealogico attraverso cui si sviluppò un ramo della casa imperiale a vocazione marziale. Suo figlio - Minamoto no Tsunemoto (894 - 961) - ricevette il cognome Minamoto (源), fondando così uno dei lignaggi principali del clan: il Seiwa Genji. Questo legame genealogico si rivela fondamentale per la storia delle arti marziali giapponesi poiché da esso discese Minamoto no Yoritomo, fondatore dello shogunato di Kamakura nel 1192; lo stesso ramo dinastico generò in seguito i clan Ashikaga e Tokugawa, protagonisti assoluti della scena politica e militare giapponese per diversi secoli.
In numerose scuole tradizionali di arti marziali (koryū bujutsu) la legittimazione della trasmissione della “Via del guerriero” (budō) viene fatta risalire proprio alla discendenza Seiwa Genji, considerata garanzia di continuità tra l’autorità imperiale e la casta guerriera. In tal senso, sebbene il principe Sadazumi non sia stato egli stesso un combattente, la sua figura assume un valore simbolico e genealogico di primaria importanza quale punto di congiunzione tra la casa imperiale e le dinastie samuraiche che costituirono la radice storica delle arti marziali giapponesi.
Evoluzione terminologica
Aiki in Yo Ho (dottrina yin - yang) →
Oshikiuchi (tecniche di corte) →
Daitō-ryū Aikijūjutsu (Takeda) →
Aikidō (Ueshiba)
Ricostruzione storica dall’Aiki in Yo Ho (合気陰陽法) al Daito Ryu
- Aiki (合気): armonizzazione dell’energia. È il principio fondamentale dell’Aikido, che implica l’unione dell’energia propria con quella dell’avversario.
- In (陰) e Yo (陽): sono i corrispettivi giapponesi di Yin e Yang cinesi. Rappresentano le forze opposte e complementari dell’universo: buio/luce, passivo/attivo, femminile/maschile, interno/esterno, ecc.
- Ho (法): significa “metodo”, “principio” o “legge”.
Quindi Aiki-in-yo-ho può essere tradotto come “il metodo dell’armonia tra le forze opposte”; questa dicitura suggerisce l'intenzione di equilibrare ed unire le forze opposte (Yin e Yang), piuttosto che concentrarsi sulla mera difesa fisica. L’idea di aiki si fonda quindi sull’armonizzazione o fusione delle energie opposte e non sulla pura opposizione o contrasto, in altre parole aiki è “raccogliere (ai) il proprio ki ed armonizzarlo (ai) con le forze (ki) contrarie o opposte. Aiki evidenziava quindi una dottrina di equilibrio dinamico, ovvero la capacità di fondere la propria energia con quella dell’altro (sia essa aggressiva o contraria) attraverso un approccio yin/yang radicato nella tradizione antica. La tradizione attribuisce la prima codificazione dell’Aiki-in-Yō-Hō a Minamoto no Yoshimitsu (1056 - 1127), noto anche con il nome onorifico di Shinra Saburō, samurai appartenente al potente clan Minamoto. Già in questa fase emergono riferimenti a princìpi assimilabili al concetto di yin - yang, ovvero all’equilibrio dinamico tra forze opposte. Il clan Minamoto rappresentava una delle casate più influenti del Giappone e Yoriyoshi, capofamiglia e daimyō della provincia di Chinjufu, fu incaricato dall’imperatore di reprimere una rivolta guidata dal clan Abe.
Il conflitto, noto come la guerra Zenkunen, si protrasse per undici anni (1051 - 1062) e si concluse con la sconfitta di Abe Sadatō nella battaglia di Yakata Koromogawa; in seguito i figli di Yoriyoshi presero parte alla guerra Gosannen (1083 - 1087) contro il clan Kiyohara. Durante quest’ultima, Minamoto no Yoshiie, figlio di Yoriyoshi, trovandosi in difficoltà nel fronteggiare il nemico, fu raggiunto dal fratello Yoshimitsu: insieme riuscirono così ad espugnare la fortezza di Kanazawa. Le fonti tradizionali attribuiscono a entrambi i fratelli non solo grande ferocia in battaglia, ma anche un approccio innovativo e quasi “scientifico” all’arte marziale; in particolare si narra che Yoshimitsu abbia condotto studi anatomici sui cadaveri dei nemici per comprendere meglio il funzionamento delle articolazioni al fine di perfezionare tecniche di leva e controllo articolare (kansetsu-waza), che divennero una delle componenti distintive del suo insegnamento. Tali conoscenze furono poi trasmesse al figlio Yoshikiyo. Yoshimitsu era il signore del castello di Daitō, da cui la scuola prenderà successivamente il nome; al termine del conflitto suo figlio Yoshikiyo si trasferì nella provincia di Kai, presso la località di Takeda, assumendo il nome di Takeda Yoshikiyo; da lui ebbe origine il nuovo ramo familiare noto come Kai Genji Takeda al cui fondatore lo shōgun concesse il titolo ereditario di daimyō, con tutti i diritti e privilegi feudali connessi.
Le prime attestazioni documentarie certe, anche indipendenti dal clan, risalgono a questo periodo, ed in particolare all’anno 1087; da questa base storica si sviluppò il Daitō-ryū, una scuola che per secoli conservò e perfezionò l’Aiki-in-Yō-Hō. Già nel 1087 il clan Takeda insegnava un ampio ventaglio di discipline marziali, tra cui il tiro con l’arco, l’equitazione, la lancia, l’alabarda, la spada, la strategia militare (inclusi impianti idrici, scavi e fortificazioni), nonché il combattimento corpo a corpo; quest’ultimo, secondo la tradizione, deriverebbe da una forma arcaica di lotta chiamata tegoi, considerata una delle radici del sumō e praticata già dagli antenati di Minamoto Yoriyoshi.
Benché le circostanze relative alle origini del Daitō-ryū Aikijūjutsu anteriori al 1087 non siano documentabili con certezza, e nonostante gli eventi e le narrazioni genealogiche attribuite al clan non trovino riscontri verificabili prima di tale data, è rilevante osservare che i membri del clan Minamoto - in particolare Yoshokiyo, suo padre Yoshimitsu, lo zio Yoshiie e il nonno Yoriyoshi - sono figure storiche menzionate non solo nelle cronache interne al clan Takeda, ma anche in fonti indipendenti che riportano informazioni coerenti riguardanti le medesime campagne militari ed i conflitti del periodo Heian (794 - 1185). A partire dal 1087 si dispone di fonti sia orali sia scritte che contribuiscono in modo significativo alla ricostruzione storica della scuola Daitō-ryū Aikijūjutsu e del clan Takeda. Parte di queste testimonianze sono state trasmesse attraverso la famiglia Takeda, in particolare da Takeda Tokimune, ultimo sōke della scuola; tali materiali sono stati raccolti, tra gli altri, da Stanley Pranin nel volume Interviste ai maestri di Daitō-ryū Aikijūjutsu (1994), nonché da Sano Matsuo e Katō Shigemitsu, allievi interni (uchideshi) dell’ultimo sōke, in interviste rilasciate direttamente all’autore.
Tra gli eventi bellici documentati si annoverano: la conquista del castello di Kanazawa, avvenuta il 14 novembre 1087 ad opera di Minamoto Yoshimitsu; la guerra contro Uesugi Kenshin, daimyō della provincia di Echigo, vinta nel 1561 da Takeda Shingen al servizio dello shōgun Ashikaga; le campagne militari condotte dal clan Takeda tra il 1570 e il 1572, sempre sotto la guida di Shingen, contro le forze di Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu, anch’esse al servizio dello shōgun Ashikaga; la celebre battaglia di Nagashino no Kassen, combattuta il 21 maggio 1575, in cui la cavalleria pesante Takeda affrontò un esercito combinato di Nobunaga e Tokugawa numericamente superiore di sette volte; infine, la caduta del baluardo finale del clan Kai-Takeda nella primavera del 1582, con l’invasione della provincia di Kai da parte delle armate congiunte di Nobunaga e Tokugawa, che portò al suicidio rituale (seppuku) del daimyō Takeda Katsuyori insieme alla sua famiglia. L’assassinio di Takeda Shingen, avvenuto nell’inverno del 1572 durante il suo viaggio verso Kyōto, è considerato da alcuni storici come l’evento che segna simbolicamente la fine dell’epoca Muromachi, dominata dalla dinastia Ashikaga. Questi eventi sono stati rappresentati, seppur con gli adattamenti propri della narrazione cinematografica, nel celebre film Kagemusha – L’ombra del guerriero del regista Kurosawa Akira, che ricostruisce gli ultimi anni di vita di Takeda Shingen e le sue principali campagne militari.
Le ultime volontà del daimyō Takeda Shingen, ormai consapevole del declino irreversibile della dinastia Ashikaga, prevedevano il trasferimento del nipote, Takeda Kunitsugu, presso il daimyō della provincia di Aizu, Ashina Moriuji, uno degli ultimi rimasti fedeli alla casata. Quest’ultimo accolse il giovane reggente con favore, concedendogli in dono un castello ed alcune terre; sarà proprio Takeda Kunitsugu, eminente maestro delle arti marziali della tradizione familiare, a garantire la continuità del nome del clan Takeda e della scuola nei secoli successivi. A partire da quel momento, il clan Takeda adottò una politica di assoluto riserbo, coerente con la sua posizione di opposizione al nascente potere dello shōgunato. Gli insegnamenti della scuola Takeda furono trasmessi esclusivamente ai dignitari di più alto rango del clan Aizu, oltre che ai membri diretti della famiglia Takeda, in segno di riconoscenza per l’ospitalità e il sostegno ricevuti da Ashina Moriuji. Questo ramo della famiglia, distinto da quello originario della provincia di Kai, divenne noto con il nome di Aizu-Takeda.
Oshikiuchi
Il termine Oshikiuchi (御式内) designa un insieme di pratiche marziali dalla natura affascinante ed in parte enigmatica, strettamente connesse alle origini dell’Aiki e alla trasmissione del Daitō-ryū, da cui si svilupperà successivamente l’Aikidō. Letteralmente, Oshikiuchi può essere tradotto come “tecniche (uchi) da impiegare nelle cerimonie di corte (oshiki)”, indicando un corpus di tecniche di autodifesa concepite per contesti formali in cui l’uso palese delle armi era proibito - come nei palazzi dei daimyō o durante incontri ufficiali.
Secondo la tradizione del Daitō-ryū, il clan Takeda - discendente diretto del guerriero Minamoto no Yoshimitsu (XI secolo) - avrebbe sviluppato queste tecniche per affrontare situazioni di pericolo in ambienti ristretti e in contesti regolati da rigide norme di etichetta, dove l’aggressività manifesta era inammissibile. L’Oshikiuchi veniva pertanto trasmesso come arte segreta di palazzo, riservata ai samurai di alto rango. Alcuni studiosi contemporanei ipotizzano che l’Oshikiuchi fosse in origine un insieme di norme comportamentali e tecniche marziali, successivamente integrate nel Daitō-ryū Aikijūjutsu trasmesso a Takeda Sōkaku, maestro di Morihei Ueshiba, successivamente il fondatore dell’Aikidō.
Le caratteristiche tecniche dell’Oshikiuchi includono:
- Tecniche di controllo ravvicinato, quali prese, immobilizzazioni e sbilanciamenti
- Ampio impiego del principio di aiki, ovvero l’armonizzazione con il movimento dell’avversario
- Applicabilità in ambienti ristretti, come stanze con pavimentazione in tatami, e in abiti formali, senza l’uso di armi
- Sviluppo di strategie discrete, efficaci ma non appariscenti, coerenti con il contesto cerimoniale in cui venivano applicate
L’Oshikiuchi rappresenta dunque un esempio emblematico di come le esigenze rituali e sociali dell’epoca abbiano influenzato lo sviluppo di forme marziali altamente specializzate, contribuendo alla ricchezza tecnica e culturale delle scuole tradizionali giapponesi.
Breve sviluppo storico-cronologico
Epoca Heian - Kamakura (XI–XIII sec.)
Minamoto no Yoshimitsu (1056 - 1127), figura eminente del potente clan Minamoto, è tradizionalmente considerato il primo sistematizzatore di tecniche marziali basate su principi di presa, leva e controllo articolare. Secondo la tradizione, tali tecniche furono sviluppate attraverso l’osservazione diretta dell’anatomia umana, che Yoshimitsu avrebbe studiato sezionando i cadaveri dei nemici caduti in battaglia. Questo approccio empirico e innovativo avrebbe permesso l’elaborazione di un sistema di combattimento che già incorporava l’idea di armonizzazione delle forze, concetto che sarà in seguito formalizzato nel principio di aiki. Le conoscenze marziali di Yoshimitsu furono trasmesse ai suoi discendenti che in seguito, stabilitosi nella regione di Aizu, costituirono il clan Takeda. In questa fase primordiale della tradizione si riscontrano riferimenti a concetti analoghi allo yin–yang, ovvero all’equilibrio dinamico tra opposti, che costituisce uno dei fondamenti teorici dell’arte dell’aiki.
Periodo Muromachi – Edo (XV–XVII sec.)
All’interno delle scuole guerriere dei Takeda prende forma il concetto di Aiki in Yo Ho, concepito come arte di armonizzare le energie contrapposte (yin/yang).
Questa visione non riguarda solo la tecnica marziale, ma anche una dottrina di comportamento:
- assorbire e trasformare l’energia dell’altro,
- adattarsi senza opporre resistenza diretta,
- trovare l’armonia dentro il conflitto
Periodo Edo (XVII–XIX sec.) - L’Oshikiuchi
All’interno del clan Takeda il principio di Aiki in Yo Ho si sviluppa in una tradizione di tecniche di difesa a corte note come Oshikiuchi (御式内), usate nei palazzi feudali, ovvero difesa in spazi stretti mediante tecniche discrete di immobilizzazione o controllo sempre fondate sull’idea di aiki, cioè armonizzazione più che scontro.
Caratteristiche principali:
- Uso in spazi ristretti (stanze tatami, cerimonie)
- Assenza di armi evidenti, tecniche a mani nude o con armi corte nascoste
- Controllo rapido e discreto dell’avversario, senza eccessiva ostentazione
Secondo la tradizione del Daitō-ryū queste tecniche furono tramandate come arte segreta di famiglia. La battaglia di Sekigahara, combattuta nel 1600, segnò un punto di svolta decisivo nella storia giapponese: Tokugawa Ieyasu sconfisse le forze fedeli a Toyotomi Hideyoshi, aprendo così un nuovo periodo di stabilità politica e militare noto come periodo Tokugawa, o più comunemente periodo Edo (1603 - 1867). Durante questo arco temporale il Giappone conobbe circa due secoli e mezzo di pace imposta dal nuovo shōgunato; uno dei primi atti del governo militare (bakufu) di Tokugawa fu un editto di riconciliazione rivolto ai clan sconfitti durante il turbolento periodo Momoyama (1572 - 1599). In questo contesto, anche il clan Aizu-Takeda fu riabilitato politicamente e si allineò al nuovo ordine.
Nel 1664, nel territorio di Mutsu, è documentata l’esistenza del dōjō principale del clan - il Nisshinkan - che le cronache dell’epoca descrivono con toni leggendari, contribuendo alla sua fama nei secoli successivi. Lo shōgun Tokugawa volle che la propria guardia scelta fosse addestrata esclusivamente dal clan Takeda, il che accrebbe notevolmente il prestigio del Nisshinkan; numerosi dignitari del governo centrale si recarono a Edo o ad Aizu per ricevere istruzione direttamente dai maestri del clan. Già nel 1674, fonti documentarie attestano che l’influenza del Nisshinkan si era estesa a tutto il territorio di Aizu, dove fiorirono numerose scuole marziali riservate ai bushi del clan. In quel periodo si contavano cinque stili di scherma e due di jujutsu (tra cui la celebre Mizu no Shintō-ryū e la Shinmyō-ryū) propri del clan Aizu, oltre a una moltitudine di scuole private accessibili anche ai samurai di rango inferiore. Le statistiche dell’epoca riportano: 22 scuole di scherma, 16 di jujutsu, 16 dedicate alle armi da fuoco, 14 all’estrazione della spada, 7 al tiro con l’arco, 4 alla lancia e una ciascuna per l’alabarda, il kusarigama (falcetto con catena), il bastone e la lotta in armatura senza armi. Due di queste scuole erano soggette a divieto assoluto di esibizione pubblica: si trattava delle due tradizioni segrete del clan Aizu, ovvero l’Oshikiuchi (già noto come Aiki-in-Yō-Hō, poi evolutosi nel Daitō-ryū Aikijūjutsu) del clan Takeda, e il kenjutsu della scuola Misoguchi-ha Ittō-ryū, anch’essa riservata esclusivamente agli alti ranghi del clan Aizu.
XIX secolo - Sokaku Takeda (1859-1943)
Discendente diretto del clan Takeda - Takeda Sōkaku - fu il protagonista della riorganizzazione e sistematizzazione delle arti marziali ereditarie della sua casata. Integrando le tradizioni dell’Oshikiuchi, codificò e ampliò il corpus tecnico, arricchendolo con elementi provenienti da altre discipline marziali - tra cui la spada, la lancia e il jūjutsu - e formalizzando il principio dell’Aiki-in-Yō-Hō. Da questo processo nacque il Daitō-ryū Aikijūjutsu, una scuola dotata di un metodo strutturato e trasmissibile, incentrata sull’applicazione del principio di aiki, definito come “non opporsi alla forza, ma unirsi ad essa per controllarla”.
Il Daitō-ryū Aikijūjutsu si sviluppò lungo due direttrici principali: da un lato l’arte dell’aiki (aiki no jutsu), dall’altro il jūjutsu tradizionale; le tecniche di aiki, peculiari e distintive, divennero fin da subito l’elemento caratterizzante della scuola pur costituendo solo una parte del curriculum tecnico, il quale comprendeva anche percussioni (atemi), strangolamenti (shime), leve articolari (kansetsu), pressioni su punti vitali (kyūsho) e proiezioni (nage). L’integrazione tra aiki no jutsu e jūjutsu rappresenta il nucleo dello studio del Daitō-ryū Aikijūjutsu. Takeda Sōkaku iniziò a insegnare la sua arte in tutto il Giappone, mantenendo tuttavia un’aura di segretezza attorno alla trasmissione del sapere marziale.
Il contesto storico in cui si colloca la sua opera fu segnato dalla crisi del sistema feudale. Dopo oltre due secoli di pace e isolamento la decadenza della classe militare, e il malcontento dei clan occidentali penalizzati nei privilegi, portarono allo scoppio della guerra Boshin (1868), una guerra civile che pose fine allo shogunato Tokugawa. I clan rimasti fedeli allo shōgun, tra cui quello di Aizu, si opposero alla restaurazione imperiale guidata dai clan di Satsuma e Chōshū, sostenitori dell’imperatore Meiji, il quale aveva promesso loro nuovi possedimenti e maggiori prerogative. Durante il periodo Edo (1600 - 1868) la città di Aizu-Wakamatsu, nel distretto di Aizu, era nota per la potenza del castello di Tsurugajō, costruito nel 1384 da Naomori Ashina, daimyō della regione. Al tempo della rivolta la fortezza era presidiata dalle truppe del clan Aizu, addestrate dal clan Takeda, che forniva anche i migliori samurai per la guardia personale dello shōgun; nel 1868, durante la guerra Boshin, il nucleo delle forze fedeli allo shōgun Tokugawa oppose una strenua resistenza all’avanzata delle truppe imperiali. Tra i difensori si distinsero due formazioni giovanili addestrate nelle tecniche dell’Oshikiuchi - l’arte che sarebbe poi confluita nel Daitō-ryū Aikijūjutsu: la Byakkotai (Squadra delle Tigri Bianche), composta da giovani samurai maschi, e la Joshigun, la loro controparte femminile. Entrambe le unità erano formate da adolescenti tra i 15 e i 17 anni. Quando le armate imperiali si avvicinarono al castello di Tsurugajō, difeso dal daimyō di Aizu - Matsudaira Katamori - le due squadre accorsero in suo aiuto. Scorgendo la fortezza avvolta dal fumo credettero erroneamente che fosse caduta; in ossequio ai principi del bushidō decisero quindi di compiere seppuku, ritenendo l’estremo sacrificio l’unico atto onorevole. Un monumento commemorativo sorge oggi alle porte della città in memoria di questi giovani samurai. Contrariamente a quanto creduto dai giovani la battaglia proseguì per altre quattro settimane, con il castello ancora sotto il controllo delle forze Aizu-Takeda. L’eroismo delle due squadre ispirò i superstiti a continuare la resistenza fino alla morte; come in epoche precedenti, molte famiglie scelsero il suicidio rituale per non ostacolare i propri mariti e padri nel combattimento, consapevoli dell’inevitabilità della sconfitta. Quando le truppe imperiali entrarono nel castello non trovarono alcun sopravvissuto; nella residenza del capo-clan Takeda furono rinvenuti i corpi di 21 donne e bambini morti suicidi.
Con la caduta del castello di Aizu si concluse non solo l’egemonia dello shōgunato Tokugawa, ma anche l’epoca dei samurai tradizionali, dando inizio al periodo Meiji (1868 -1912), segnato da una profonda rivoluzione sociale che abolì le caste e vietò l’uso pubblico del daishō - le due spade, lunga e corta, simbolo della classe guerriera dei bushi. Pochi anni prima, nel 1860, era nato Takeda Sōkaku, figlio di Takeda Sōkichi, discendente della stirpe Takeda nel feudo di Aizu. Durante il conflitto il padre lo nascose per proteggerlo; cresciuto con l’educazione marziale della famiglia, Sōkaku intraprese un musha shugyō - un pellegrinaggio di formazione - durante il quale studiò nelle migliori scuole di spada, lancia e bastone del Giappone. Divenne così abile che, pur continuando a portare pubblicamente il daishō - ormai proibito - nessuno ebbe mai il coraggio di disarmarlo. Figura controversa, Takeda Sōkaku fu spesso criticato per il suo carattere irascibile, i modi arroganti e il disprezzo aperto verso il nuovo ordine sociale; tuttavia, la sua personalità va compresa nel contesto di una società in profonda trasformazione, in cui i valori millenari dei bushi venivano rapidamente soppiantati; per molti samurai adattarsi a tale cambiamento fu estremamente difficile.
Takeda Sōkaku rinominò l’arte della sua Scuola Daitō-ryū Aikijūjutsu, richiamandosi al castello di Daitō, legato alla figura di Minamoto no Yoshimitsu (Shinra Saburō), e al principio di aiki, derivato dall’antico Aiki-in-Yō-Hō. Fu l’uomo che rese pubblica un’arte fino ad allora trasmessa in segreto, insegnandola a centinaia di allievi; pur essendo analfabeta teneva registri dettagliati dei suoi insegnamenti, e che faceva compilare e firmare direttamente agli allievi. Questi documenti, oggi conservati presso l’Honbu Dōjō di Abashiri, costituiscono una fonte preziosa per la ricostruzione storica della scuola. Tra i suoi allievi si annoverano ministri, ufficiali di alto rango, magistrati, industriali, membri delle forze di polizia e futuri maestri di arti marziali. Alcuni di essi fondarono Scuole autonome, ispirandosi in misura variabile ai principi tecnici del Daitō-ryū Aikijūjutsu, in particolare all’aiki no jutsu e al jūjutsu. Da questa tradizione derivano, direttamente o indirettamente, scuole come l’Hakko-ryū, l’Aikidō, l’Hapkidō e, secondo alcuni studiosi (Draeger, Modern Budo), anche lo Shōrinji Kempō.
XX secolo - Morihei Ueshiba (1883-1969)
Morihei Ueshiba incontrò Takeda Sōkaku negli anni Venti del Novecento. Il suo primo ingresso ufficiale nella scuola Daitō-ryū Aikijūjutsu risale al 1915, anno in cui firmò per la prima volta il registro degli allievi; da quel momento, e fino al 1922, Ueshiba studiò con grande assiduità sotto la guida diretta di Takeda, al termine della quale ricevette il titolo di insegnante (kyōju dairi) della Scuola. Durante questo periodo egli assimilò profondamente i principi dell’Aiki-in-Yō-Hō e del Daitō-ryū, ma li reinterpretò alla luce della propria visione spirituale fortemente influenzata dalla religione Ōmoto-kyō (*).
Ueshiba operò una trasformazione significativa dell’arte: ne ridusse gli aspetti più marcatamente violenti e vi integrò una dimensione etico-spirituale, orientata all’armonizzazione universale piuttosto che al solo combattimento. Negli anni Trenta e Quaranta, da questa elaborazione nacque l’Aikibudō, che si evolverà successivamente nell’Aikidō - “la via dell’armonizzazione dell’energia”; in questa nuova prospettiva il principio in-yō (yin-yang) venne ampliato fino a rappresentare un’armonia cosmica, e l’arte, un tempo riservata a contesti aristocratici o militari, divenne una disciplina aperta a tutti, orientata alla pace e alla crescita interiore. Ueshiba godette di un privilegio unico tra gli allievi di Takeda Sōkaku: per un periodo visse insieme al maestro e alle rispettive famiglie. Anche dopo il 1922, pur avendo ottenuto il titolo di insegnante, continuò a firmare il registro delle lezioni di Takeda, segno della sua costante devozione; nel 1936 rilasciò gli ultimi diplomi ufficiali di Daitō-ryū Aikijūjutsu (tra cui uno a Mochizuki Minoru, futuro fondatore dello Yoseikan Budō), firmandosi come “devoto allievo del Dai Sensei Takeda Sōkaku”. Figura straordinaria sia sul piano tecnico che umano, Ueshiba fu non solo un grande maestro di Daitō-ryū Aikijūjutsu, ma anche un innovatore radicale; quando nel 1942 formalizzò la sua disciplina con il nome di Aikidō vi incorporò principi morali e filosofici di portata universale, capaci di trascendere i confini delle arti marziali e della cultura giapponese.
Dal dopoguerra a oggi
Dopo la Seconda guerra mondiale l’Aikidō si diffonde in tutto il mondo come disciplina di crescita interiore oltre che di difesa personale.
Rispetto all’Oshikiuchi mantiene:
- i principi di armonizzazione (aiki) delle energie opposte
- la preferenza per i movimenti semicircolari, ravvicinati e di controllo
- applicare Yin e Yang nei movimenti semicircolari e complementari
- l’idea di un’arte non distruttiva
(*) Ōmoto-kyō: contesto storico e dottrinale
L’Ōmoto-kyō è un movimento religioso giapponese fondato alla fine del XIX secolo da Deguchi Nao (1837–1918) e successivamente sviluppato da suo genero Deguchi Onisaburō (1871–1948). Nasce come una delle cosiddette nuove religioni giapponesi (shinshūkyō) in un periodo di profonda trasformazione sociale e culturale coincidente con l’epoca Meiji (1868–1912), caratterizzata dalla modernizzazione forzata e dalla crisi dei valori tradizionali. Ōmoto-kyō si presenta come una rivelazione divina ricevuta da Nao, che affermava di essere posseduta dallo spirito di Ushitora no Konjin, una divinità che le avrebbe ordinato di annunciare l’imminente rigenerazione del mondo. Il messaggio centrale era la restaurazione di un ordine spirituale universale fondato sull’armonia tra gli esseri umani e tra l’uomo e il divino.
Elementi dottrinali principali
- Universalismo spirituale: Ōmoto-kyō sostiene l’unità di tutte le religioni e la fratellanza universale, anticipando concetti che saranno poi centrali anche nell’Aikidō
- Pacifismo e armonia: la religione promuove la non violenza, la cooperazione e l’elevazione spirituale come strumenti per la trasformazione del mondo
- Riforma sociale e morale: propone un ritorno a valori etici e spirituali, in opposizione al materialismo e alla corruzione percepita della società moderna
- Pratiche rituali: include cerimonie di purificazione, scrittura automatica (fude no kami), meditazione e arte come Via spirituale (calligrafia, teatro, poesia)
Influenza su Morihei Ueshiba e sull’Aikidō
Morihei Ueshiba entrò in contatto con l’Ōmoto-kyō intorno al 1919, e il suo rapporto con Deguchi Onisaburō fu profondo e duraturo. Ueshiba non solo partecipò attivamente alla vita del movimento ma ne condivise la visione spirituale, che influenzò radicalmente la sua concezione delle arti marziali. L’idea di armonizzazione universale (aiki come principio cosmico e non solo tecnico), la trascendenza del conflitto, e la trasformazione interiore del praticante sono tutti elementi che derivano direttamente dalla visione spirituale dell’Ōmoto-kyō. L’Aikidō, così come concepito da Ueshiba, si configura quindi non come un’arte di guerra, ma come una via di realizzazione spirituale, in linea con l’ideale di rigenerazione universale promosso dal movimento.
Persecuzioni e impatto storico
L’Ōmoto-kyō fu oggetto di dure persecuzioni da parte del governo giapponese, in particolare nel 1921 e nel 1935, a causa delle sue posizioni universaliste e del suo rifiuto del nazionalismo imperiale; i suoi templi furono distrutti, i testi sacri confiscati, e i leader arrestati. Questi eventi influenzarono profondamente anche Ueshiba, rafforzando in lui l’idea che la vera forza risiedesse nella compassione e nella rettitudine morale, non nella violenza.