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Le origini La lavorazione del ferro, sia per fusione che per forgiatura, era conosciuta in Cina settentrionale fin da VI sec. A.C. I giapponesi, nel 362 d.C., invasero la Corea del Sud, restandovi poi per 300 anni. Fu dalla vicina Cina dunque che conobbero l’uso delle armi in ferro, ed in particolare della spada diritta ed ad un solo taglio, mentre fino a quel momento essi avevano usato unicamente la pietra ed il bronzo. Sul finire del IV sec., dopo un periodo di massiccia importazione delle spade dalla Cina, - oggi reperibili nelle sepolture preistoriche e protostoriche – che il Giappone diete avvio alla produzione in patria di spade in ferro, mettendo a punto proprie tecniche di fabbricazione, ma soprattutto sviluppando forme e tipologie assolutamente originali. La spada Uno dei primi, ammirati accenni alle spade giapponesi lo leggiamo da un mercante fiorentino (Francesco Carletti), che le chiama “catane”. La spada giapponese non era solamente un’arma ma anche un oggetto d’arte tanto che oggi in Giappone la si definisce Bijitsu token (spada d’arte). Solo nei periodi di guerre frequenti la token ebbe una produzione di massa che nocque certamente alla sua qualità artistica, ferma restando la sua straordinaria efficacia come arma di offesa. Oggi in tutto il mondo la spada giapponese è oggetto di accanito collezionismo, molto sofisticato in Giappone, ovviamente molto più attento alla suggestione storico – esotica in Occidente. Tipologie Le spade vere e proprie (Token), prerogativa esclusiva del samurai, erano il Tachi e la Katana. Come accennato precedentemente solo i samurai, anticamente, potevano portare lame di lunghezza superiore ai 60 cm. Queste generalmente venivano esibite dagli uomini d’arme in speciali combinazioni (Daisho) comprendenti due lame, Tachi e Tanto prima del XVII sec., Uchigatana e Wakizashi dopo il XVII sec. secondo il tipo di montatura le spade si portavano sospese o infilate nella fascia- cintura (Obi). Tachi Dal periodo Heian (782 – 1184) fino al primo Muromachi (1392 – 1572) le spade si portavano appese ad una cintura propria, orizzontalmente e con il taglio rivolto verso il basso; avevano una forte curvatura e la loro lunghezza si aggirava normalmente fra i 65 ed i 70 cm. Alcune tuttavia potevano essere più lunghe. Nodachi Spada lunghissima e pesante usata nei primi secoli della storia giapponese dai guerrieri a cavallo. Era più lunga di un buon 25 % rispetto una spada normale veniva portata a tracolla sulla schiena, con l’elsa sopra la spada sinistra ed il cordone di ritegno allacciato al fianco destro. Uchigatana (Katana) Tipo di lama che sostituì la Tachi a metà del periodo Muromachi (1392 – 1572) e restò in uso fino alla fine del periodo Edo (1600 – 1867). La sua lunghezza andava dai 60.2 cm. in su. Essendo generalmente più corta della Tachi la Katana si portava infilata nell’Obi con il taglio rivolto verso l’alto. Chiisagatana Lame di lunghezza compresa tra i 55 ed i 59 cm. generalmente di gran pregio in quanto destinate ad essere portate con un particolare abito cerimoniale a Corte. Wakizashi La lunghezza di queste spade, ce venivano portate come la Katana, varia dai 30.3 cm. (1 shaku) ai 60.6 cm. (2 shaku). Quelle più corte, tra i 36 ed i 40 cm. si chiamano Ko Wakizashi. Durante il periodo Momoyama (1573 – 1599), e fino alla fine di quello Edo (1600 – 1867), questo tipo di lama era portata assieme alla Katana, componendo così il Daisho del samurai. Tanto Lame di lunghezza inferiore ai 30.3 cm. (1 shaku), dette anche Koshigatana. Aikuchi/Hamidashi Tanto con montature particolari Kaiken Pugnali di lama lunga circa 13 cm. e portati dalle donne Yoroidoshi Lama di lunghezza compresa tra i 23 ed i 30 cm., capace di penetrare tra le lamelle delle armature ed utilizzate a tale scopo. Si portava infilata verticalmente nell’Obi, dietro la schiena, ma anche sul fianco destro, con il taglio rivolto verso l’alto, e perciò fu anche chiamata Metazashi che significa appunto “da fianco destro”. Hachiwara Non propriamente una lama, tuttavia veniva portata come tale; lunga circa 30 cm. e di sezione quadrata era munita di un uncino per parare i colpi di spada ed eventualmente spezzarne la lama. Corrispondeva all’arma occidentale chiamata “Mano Sinistra” Superstizioni Numerose in Giappone furono la superstizioni concernenti la lama delle spade; alcune si riferivano a particolari eventi che potevano accadere al manufatto, altre ai segni presenti sulla lama, altra ancora alla lunghezza di quest’ultima le cui variazioni potevano avere significato fausto oppure infausto. I segni lasciati dal processo di forgiatura sulla superficie della lama venivano interpretati secondo le leggi della divinazione: difetti, o gruppi di particelle che si potevano formare tra le linee di separazione della superficie della lama divenivano agli occhi dell’aruspice animali, costellazioni, corpi celesti, ecc. dai quali venivano ricavati i più diversi presagi: slealtà da parte dei servi, rischio di cecità per il padrone della spada o per i suoi congiunti, morte, tragedie domestiche, cattiva salute, incendi, morte per assassinio, perdita di cause giudiziali, suicidio, eccetera; ma anche buona salute, fortuna, lunga vita, successo sociale, … La superstizione più interessante riguarda la lunghezza della spada. Il tagliente, misurato dalla base (Ha machi) all’estremità della punta, veniva idealmente suddiviso in 10 settori corrispondenti ai 10 trigrammi Hakkei, e cioè: Zai (salute) - Bio (malattia) – Ri (separazione) – Gi (lealtà) – Kan (buona posizione) – Go (peccati) – Gai (ingiurie) – Kitsu (fortuna) – Zai (salute) – Bio (malattia). La lunghezza totale della spada (lama + codolo) veniva poi divisa per la lunghezza del codolo ed il quoziente moltiplicato per due; il numero risultante veniva quindi raffrontato con la scala dei trigrammi: se cadeva in un intervallo infausto si procedeva all’accorciamento del codolo o della lama finché non si raggiungeva un valore favorevole. Tsuka e Saya (Elsa e Fodero) I due elementi fondamentali della montatura sono l’elsa (Tsuka) ed il fodero (Saya), entrambi costituiti da due valve di legno di magnolia fissate tra loro con colla di riso. Di solito nelle montature la Tsuka è ricoperta di Same, pelle conciata di razza (…il pesce…), ed è rivestita da un intreccio realizzato con una fettuccia di seta o di cotone chiamato Tsuka ito. La Tsuka è attraversata da un foro (Mekugi ana) per il passaggio del pioletto di fissaggio alla lama (Mekugi).Il Saya è sempre laccato, sia a scopo decorativo che conservativo: la lacca, impiegata in questa lavorazione protegge perfettamente il legno – e di conseguenza la lama – dagli agenti atmosferici. Le decorazioni del Saya varia secondo le mode e le destinazioni d’uso. Nello spessore del fodero, dal lato Omote o dal lato Ura, a seconda dei casi, è ricavato un recesso per l’inserimento di alcuni accessori quali il Kogatana e il Kogai. Tsuba (elsa) La tsuba, o guardia della spada, è una placca metallica di forma dimensioni e spessore variabili che ha lo scopo pratico di proteggere la mano del guerriero nonché una funzione equilibratrice della spada; allo stesso tempo si è sviluppata come simbolo di condizione e di rango sociale del suo proprietario. Durante il periodo Muromachi (1333-1573) e Momoyama (1573-1603) i clan potenti erano costantemente in guerra fra loro, conseguentemente la funzionalità della spada era più importante della relativa decorazione. Il periodo Edo (1603-1868) ha successivamente portato un periodo ininterrotto di 256 anni di pace nel Giappone e quindi di sviluppo dell’arte decorativa delle armi. Fino al XVII secolo la tsuba era essenzialmente opera di armieri (kachusi) e forgiatori di spade (tosho) e consisteva in dischi di ferro molto sobri o con decorazioni geometriche. Dopo il XVII secolo le tsuba sono diventate opere di orafi e riflettevano sempre più il pronunciato gusto per la decorazione e per la raffinatezza dei motivi, a cui si aggiunge il gusto tipicamente giapponese per la miniaturizzazione; in quel periodo la tsuba diventa un vero e proprio gioiello ricavato da leghe preziose dall'aspetto scintillante e con la superficie riccamente ornata. I soggetti rappresentati sono davvero innumerevoli e ricoprono praticamente tutti gli aspetti della cultura giapponese; fra gli svariati motivi trattati vi è uno che attira più frequentemente l'attenzione: la decorazione animalista. Molto spesso gli animali sono rappresentati associati simbolicamente a piante, ad elementi, o fra essi. Il cervo e l'acero simboleggiano l’autunno, la gru e il pino la longevità come pure la gru e la tartaruga. Questa ultima associazione trova la sua origine nella dottrina taoista secondo la quale i due grandi principi che costituiscono l'universo, quello celeste e quello terrestre, sono rappresentati da questi due animali. La scimmia è spesso rappresentata nell'atto di tentare di afferrare il riflesso della luna nell'acqua, a simboleggiare evidentemente l'illusione del desiderio di possesso materiale. La carpa che rimonta la corrente simboleggia la determinazione e la perseveranza. La rappresentazione più frequente della tigre la vede associata al bambù sotto la pioggia; ciò simboleggia che anche la potente tigre fugge davanti alla tempesta e che cerca la protezione del debole bambù. La lepre è molto spesso rappresentata mentre contempla la Luna e simbolizza la longevità; mentre in occidente si vede un volto nella Luna, in estremo oriente ci si vede un coniglio che, secondo la leggenda, prepara un elisir di lunga vita. Nel folklore e nella mitologia orientale esistono numerosissimi animali mitologici, quasi tutti di origine cinese, che giocano spesso un ruolo più importante di quello degli animali reali. Si distinguono svariate categorie: animali di aspetto esteriore ordinario ma dotati di poteri particolari (volpi che possono tramutarsi in donna, tartarughe millenarie); animali di dimensioni straordinarie o che possono moltiplicare le proprie membra (volpi a nove code, scimmie a quattro orecchie, maiali a due teste); animali totalmente fantastici, la categoria più importante, tutti di origine cinese, fra i quali i più noti sono il dragone, l'uccello di Ho, il Kirin. Lo Ho, equivalente alla nostra fenice, è rappresentato dall'unione di elementi del fagiano del pavone e dell'uccello del paradiso; il suo ricco piumaggio a cinque colori rappresenta le cinque virtù principali: l'umanità, la decenza, la saggezza, la fedeltà e l'amore. Associato al ramo di Kiri simboleggia l'autorità imperiale; in Cina ad esempio era il simbolo dell'Imperatrice ed era spesso associato al dragone, simbolo dell'Imperatore. Il dragone è sicuramente il soggetto più rappresentato nell'arte dell'estremo oriente in particolare nelle tsuba. Il dragone imperiale ha cinque artigli, quello principesco quattro, mentre il dragone del comune doveva averne tre. Il dragone è dotato di innumerevoli poteri; lo si vede spesso rappresentato insieme alla tigre, quest'ultima rannicchiata in una caverna o nascosta fra i bambù, mentre il dragone appare fra le nuvole circondato di stelle. Dal punto di vista simbolico rappresenta il dominio degli elementi su tutti gli animali della terra; il dragone rampante contro il monte Fuji simboleggia il successo nella vita. Oltre alle difficoltà tecniche, era un vero e proprio esercizio di stile la rappresentazione di soggetti così complessi su superfici tanto piccole e dalla struttura determinata che dovevano avere caratteristiche idonee all'uso pratico della spada; le regole stesse di composizione furono influenzate fortemente dal modo di portare la spada ed i soggetti principali erano solitamente centrati sulla parte più visibile della tsuba. Tosogu (finimenti) Nelle montature d’uso, Tsuka e Saya sono arricchiti da finimenti. Il nome di questi ultimi può cambiare a seconda del tipo di lama montata. Con il termine Kodogu si indica questo insieme ad esclusione della Tsuba: Fuchi e Kashira – collare e pomello dell’elsa Menuki – elementi decorativi d’ispessimento dell’elsa Tsuba - guardia Habaki – fermo lama Kogatana – coltellino Kogai – spillone Waribashi – bacchette per il cibo Umabari – lancetta per cavalli Koiguchi – collare di rinforzo all’imboccatura del fodero Uragawara – rinforzo per il recesso di Kogatana Kurigata – passante sul fodero Soritsuno – ritegno di sicurezza del fodero Ashigane – fascette di sospensione per montature Jindachi Shibabiki e Semegane – fascette lungo il fodero Kojiri – puntale del fodero Amaoi – prolungamenti dell’Ishizuki
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